Liberi tutti! Dedicato a te

Da quando sei nato sono cambiate un sacco di cose. Intanto, il mio armadio..fermo ad una taglia 40 ormai poco attuale, ma che ho ancora la speranza di raggiungere nuovamente, se non fosse per non buttare via tutti i soldi investiti in quei pantaloni striminziti. Il sonno..tu sei bravo, devo essere sincera..orma dormi quasi tutta la notte, ma le dormite quelle intense, senza interruzioni, fino a pranzo, quelle no, non esistono più. Il salotto, quello proprio è stato spazzato via da un vero e proprio asilo nido, con tanto di recinti, tappeti, libri sonori, pezzi di costruzioni che sotto il piede nudo senza preavviso, vi assicuro, fanno davvero male! La lavatrice poche volte alla settimana…ormai casa nostra ha i ritmi serrati della più famosa lavanderia del centro..non si può dire altrettanto del ferro da stiro che, abbiamo deciso, non è poi così fondamentale! Le maschere per il viso, gli impacchi ai capelli, lo smalto semipermanente..via..tutto quel che impiega più di 3/4 minuti è stato eliminato per far spazio ad altro, per fare spazio a te. Tu che sei la cosa più incredibile e meravigliosa che potesse succederci, che ci fai vedere tutto con occhi nuovi, che ci fai rivivere lo stupore e la meraviglia della purezza.

Da quando ci sei sono cambiate tante cose, dentro di me soprattutto. Mi sento più vera, sempre più vicina alla versione di me che più mi piace, sempre più coraggiosa, certa, fiduciosa delle mie capacità. Voglio con tutto il mio cuore che tu veda quella che sono davvero e che tu possa essere orgoglioso di me. Vedo in lontananza i traguardi che vorrei raggiugere e so che tu mi stai già aiutando a farlo.

La cosa che mi auguro più di tutte per te è che tu sia LIBERO, nel senso più pieno e vero. Libero da pregiudizi, preconcetti, da costrizioni sociali, da impegni non tuoi, da decisioni ingiuste di altri che ricadono su di te. Libero di mandare a quel paese chi se lo merita, libero di dire la tua, sempre, di affermare la tua visione della vita. Libero dalla sensazione di dover cambiare certi aspetti di te, del tuo modo di vedere il mondo, per avvicinarti a quel che vogliono gli altri, per omologarti. Voglio che tu sia libero di essere te stesso, sempre. E se non comincio a farlo io, come posso insegnartelo?

L’amore a 30 anni. Storie di pigiami spaiati ed infradito.

Diciamoci la verità: quando da ragazzine sognavamo il grande amore mai ci saremmo immaginate con un paio di mutande in mano, a sventolarle davanti al naso di lui scandendo con voce squillante e annoiata “secondo cassetto a destra, dove sono sempre state”. Ebbene si, ad un certo punto si diventa quella donna, quella che sa dove sono le cose, anche senza vederle, anche senza averle spostate, ma solo immaginando dove la testa contorta e pigra del vostro lui possa averle abbandonate. Nella vostra mente c’è ora una mappatura perfetta di casa vostra: ogni angolo, ogni nascondiglio, anche il più improbabile, non ha segreti per voi. Avete smesso di chiedere a vostra madre dove siano le cose e vi ritrovate ad essere voi stesse dotate di quel magico potere, che sa tanto di casa e di amore.

Insomma, il passaggio dai 20 ai 30 ci fa scoprire il vero e autentico volto dell’amore, fatto non solo di romantici appuntamenti organizzati alla perfezione ma anche di cene improvvisate con gli avanzi del frigo; non solo di ti amo urlati a squarciagola sotto casa, ma anche di “già ch sei in piedi mi prendi il caricabatterie??” declamati a sonorità improbabili dalla camera da letto al bagno. L’amore è non svegliarlo appena russa, resistere almeno una mezz’ora per poi lanciargli un calcio netto, definitivo e illusoriamente risolutore. L’amore è lui che torna in casa a prendervi la pochette dei trucchi che avete dimenticato da qualche parte in bagno (la vostra indicazione vaga già lo farà impanicare, ma ci proverà ugualmente). L’amore è lui che riduce drasticamente porzioni di cipolla ed aglio nei piatti che cucina perchè piacciano anche a voi, siete voi che ascoltate per la 400esima volta i suoi aneddoti, sono le chiacchere prima di crollare addormentati alle 10 di sera, sono gli sguardi complici lanciati senza dire nulla mentre si cucina, si fa la spesa, si passeggia, si parla con altri.

La quotidinità spesso ci fa paura.. ne abbiamo un’immagine orribile: noi sfatte in ciabatte e vestaglia, lui steso sul divano a mangiare patatine, il silenzio intorno. Abbiamo paura che la nostra vecchia immagine intacchetata, truccata, agghindata e profumata, venga sostituita da una nostra copia con gli zoccoli ortopedici che sia aggira per casa arruffata e stanca. Diciamo una cosa..magari in effetti quei tacchi alti e il pantalone nero da acchiappo li stiamo mettendo meno e magari sì giriamo più spesso i casa con le infradito e quella vecchia maglietta larga e comoda. Lui sì. è sempre con i pigiami spaiati..sempre.. però è una bellissima sensazione essere liberi di mostrare se stessi interamente, per quello che si è. Affidarsi all’altro senza barriere, ma con le infradito ai piedi. e un giorno, inaspettatamente vi guarderà mentre siete struccate, con la vostra maglietta vecchia, i capelli raccolti con una matita e vi dirà “come sei bella”, perchè lo siete, anche così e perchè vi siete fatti a vicenda un dono che merita di essere rispettato.

Quindi no. la quotidianità non è questo mostro terribile. E’ più complicato, sì, ma da ogni minuto di vita può nascere la bellezza… anche da un pantalone a scacchi e da una maglia a righe..con un po’ di fantasia ecco…

Breve sfogo di una mamma lavoratrice.

Noi donne dobbiamo ribellarci, è un nostro preciso dovere. Non è impuntarsi sul nulla, come ci vogliono far credere, non è esagerare sulla base di lotte ormai superate. È cercare di dare quantomeno alle nostre figlie un futuro migliore. Viviamo ancora in un mondo dove la donna, le sue peculiarità, le sue difficoltà non vengono minimamente considerate. Non esistono politiche serie a sostegno della maternità, non esistono buone pratiche negli ambienti di lavoro che, anziché far sentire una mamma ormai fuori gioco, la aiutino a ritrovare un equilibrio tra la sua professionalità (mai perduta) e la sua nuova vita, che non può essere ignorata. Parità non significa omologare le situazioni, parità significa indagare le differenze e offrire soluzioni che aiutino a raggiungere i medesimi risultati. Parità significherebbe tornare dalla maternità e vedersi riconosciuti i propri diritti di lavoratrice, senza che ci sia bisogno di ribadirli, sottolinearli, venendo poi additata come una che pretende chissa che solo perché ha avuto un figlio. Le aziende devono iniziare ad attuare delle politiche del lavoro serie su questo tema. Non è possibile che una mamma venga considerata solo come una dipendente che si assenterà quando il figlio starà male, che chiederà orari concilianti, che magari non ci sarà nuovamente per mesi per un’altra maternità. Insomma come una scocciatura. Una madre ha bisogno di tutto ciò per poter crescere il proprio figlio, così come ne avrebbe bisogno un padre. Non c’è da strabuzzare gli occhi se un papà prende i giorni di paternità per stare con il proprio bambino. Così come non si può pretenedere da una neomamma che debba dimostrare il suo attaccamento al lavoro rinunciando al proprio ruolo familiare. Le uniche caratteristiche che ci valuta dovrebbe considerare sono la professionalità, la competenza, l’efficienza e, perché no, anche la tenacia nell’affermare i propri diritti. Un mondo così non è un mondo giusto. Aggiustiamolo come noi donne sappiamo fare. Aiutateci come voi uomini sapete fare. Ne va del futuro di tutti noi.

IO.

Mi piace molto l’arancione, anche se ho pochissimi vestiti di questo colore. Mi ricorda il sole, il tramonto, mi sa di allegria e di calore. Amo la pasta: al pesto, alla norma, alla carbonara, con le vongole e , soprattutto, con le cicale di mare. Non la si trova mai nei ristoranti ed è noiosa da fare, quindi la mangio poco, ma penso sia il mio piatto preferito. Adoro il mare, la spiaggia nelle ultime ore della giornata, quando tutti stanno andando via, quando sentite la pelle che tira per tutto il sole preso durante la giornata e quando decidete di farvi l’ultimo tuffo. Mi piacciono i paesini di mare d’estate, vedere la gente rilassata con una nuova quotidianità, avere il tempo di prendersi a metà mattina un caffè seduti al tavolino, all’ombra. Mi piace l’odore della benzina e dello smalto, il profumo che sprigiona la buccia dei mandarini, l’odore di cucina delle nonne. Mi piace cucinare dolci, farli carini, farli per festeggiare gli altri. Mi piace far festa, con gli amici, con la famiglia, mangiare seduti a tavola, ritrovarsi. Mi piace nuotare, andare al largo e poi fare il morto senza pensare più a niente, senza sentire più rumori. Mi piacciono le manine morbide del mio bambino, anche quando mi tira delle gran sberle che, mi sono convinta, sono carezze non ancora ben calibrate. Mi piacciono gli aperitivi al tramonto. Mi piacciono i vicoli della mia città, le piazzette inaspettate, la gente, il caos, la vita. Mi piace Spianata Castelletto, da cui si vede la città dall’alto, tranquilla anche quando è piena di gente, ma sempre sospesa, ovattata, al di sopra. Mi piace fare la spesa nelle piccole botteghe del centro, spendere il triplo ma godersi il momento davvero. Mi piace il sabato mattina, carico di speranze, buoni propositi, quiete. Mi piace recitare, studiare i copioni, entrare nei personaggi, trovare la voce giusta, smettere piano piano i miei panni ed essere libera di essere altro. Mi piace cantare, ovunque, anche al karaoke. Mi piace il caldo, l’estate, le serate all’aperto in città con gli amici, la pizza in centro dove c’è posto fuori. Mi piace fare la mamma, guardarlo negli occhi, ridere con lui, farmi trasportare nel suo mondo tutto nuovo, tornare bambina, innamorarmi. Mi piace l’amore, quello vero che riconosci subito, che ti toglie la terra sotto i piedi, che provi ogni volta che lo guardi negli occhi, che hai paura di perdere, ma che sai che non perderai. Mi piace parlare con le amiche, raccontarsi, ridere, far ridere, consolare, essere aiutata e capita. Mi piace ballare ma non in discoteca, sulla spiaggia, in un posto piccolino e poco conosciuto, musica anni 70 possibilmente, un po’ brille magari. Mi piacciono i jeans chiari, le giacche da tailleur, i pantaloni larghi, l’eleganza misurata e mischiata con l’estro. Mi piacciono i miei capelli ricci, anche se non vanno di moda, anche se non sono ordinati..ma dicono tanto di me. Mi piace l’odore di mia mamma che sa di buono, la rilassatezza allegra di mio fratello, la dolcezza di papà. Mi piace stare insieme alla mia chiassosa famiglia e, adesso, mi manca un po’. Mi piace ripensare a quando è nato Edo e a quanti altri momenti belli ancora mi aspettano. Mi piace sapere che tanto di quel mi piace già è qui con me.Si, mi piace.!

Le amiche astemie non esistono. Sull’amicizia tra donne.

Ah le amiche! Ognuna di noi ha quelle poche amicizie che durano nel tempo e che costituiscono punti fermi ed insostituibili della nostra vita. Sanno tutto di noi, anche i segreti più inconfessabili, sono spesso il nostro specchio più sincero, dove cercare conferme, spunti nuovi di riflessioni, laceranti verità. Le amiche sono quelle che vi ascoltano senza sbadigliare mentre riportate pedissequamente una chat lunga mesi e al vostro “ma una risposta del genere ti sembra normale??” vi rispondono pronte, attente, sempre sul pezzo. Raccolgono i tuoi pezzi sbrandellati dopo una relazione naufragata, non mentono quando l’ennesimo paio di pantaloni neri che vorresti comprare non ti calza a pennello, ma sanno anche valorizzarti e farti credere in te stessa meglio di quanto riesca a fare tu da sola. Le amiche stanno con te al telefono mentre sei sotto casa di lui e non sai che fare,ti dicono “si dai arrivo prima che posso” quando capiscono, anche se non lo dici apertamente, che hai proprio bisogno di loro. Fanno tardi con te anche se avevano deciso, quella sera, di rientrare presto, si fanno trascinare a ballare in Sicilia, in mezzo a gente sconosciuta, ti tengono la mano a distanza quando alle sei del mattino scrivi loro “mi sa che sono incinta”. Insomma ci sono. Sempre.

Alcune delle mie amiche le ho conosciute all’asilo, altre alle medie, alle superiori, altre ancora durante l’università, sul lavoro. Siamo tutte diverse :c’è quella più ansiosa, quella controllata, l’istintiva, la razionale, la spericolata. Facciamo tutte lavori doversi, abbiamo vite diverse. Però, quando ci incontriamo, siamo sempre noi, ognuna sulla propria strada, ma unite. La ritardataria cronica si farà sempre aspettare, mentre la puntuale si ritroverà sempre sola al punto di ritrovo 15 minuti prima dell’appuntamento e manderà il famoso messaggio “io sono già qui!” gettando tutte le altre, ancora in mutande, nel panico.

Si andrà a bere in uno dei posti già testati ed approvati per non avere sorprese e far sì che tutto fili liscio, lasciando spazio alle parole, ai resoconti, alle confidenze.

Tante volte, durante quegli aperitivi a cuore aperto, ho capito molto di me, ho trovato nuove spinte vitali, ho saputo ammirare l’intelligenza pratica delle mie amiche. Da loro, da quelle vere, non mi sono mai sentita giudicata. Le amiche, anche se avevano ragione, non ti dicono “io te l’avevo detto”, ma ti abbracciano “Manu hai fatto quel che sentivi, hai fatto bene” e ti propongono un bel bicchiere di vino. Le amiche, quelle vere, non sono mai astemie!

E adesso, che per la prima volta non siamo noi a decidere quando vederci, che non possiamo correrci incontro scusandoci del ritardo, adesso che ho regali di Natale ancora qui che aspettano di essere consegnati, mi pento per tutte le volte che ho rimandato, che mi sono fatta prendere dalla stanchezza del post lavoro, dalle incombenze.

Ragazze mancate! A prestissimo con un bel Fancooler ghiacciato! Tanto riusciamo a parlare anche a metri di distanza. Siamo delle professioniste noi!

I sederi stellari delle mamme. Verso l’infinito e oltre!

Buongiorno! Sbam! Una piccola manina in piena faccia ti avvisa che è giunta l’ora di alzarsi. Un risveglio dolce e soft. Quello che ci vuole dopo una nottata passata a placcare tuo figlio che, accanto a te nel letto, si dimenava che nemmeno Houdini per liberarsi dalle catene. Tu stai ancora cercando di capire in che emisfero ti trovi, che ore sono, chi sei, perché il destino ti ha dato sti capelli da pazza e lui è gia in vena di discorsi. Indica un punto nel vuoto, ripete mamma in loop e poi inizia con il solito “to to to to, mamma to to to to”. “si si to to” gli rispondi, te lo carichi in braccio, lo metti sul seggiolone e provi a prenderti un caffè! Ma mica in silenzio.. Il nanetto a suon di to to ti fa capire che vuole della musica. Ora, le alternative sono :”il. Coccodrillo come fa”, “Amami Alferedo” da La Traviata (giuro), “strapazzami di coccole” e “paracetamolo” di Calcutta. Optate per quest ‘ultima sperando che funzioni da antidolorifico anche senza inghiottirlo. Segue un cambio pannolino a dir poco movimentato e la poppata del mattino. E l giornata è appena iniziata!

La mattinata prosegue tra simpaticissime canzoncine alla tv, barriere improvvisate per impedire fughe per la casa, “attento”, “no quello in bocca no”, giochi lanciati direttamente sui vostri piedi nudi, telefonate in cui fingete di avere tutto sotto controllo..!

Arriva l’ora della pappa e lui dal seggiolone ve lo ricorda ogni secondo “pappa, pappa” vi ripete mentre guardate l’acqua sperando bolla presto “mamma mamma mamma, pappa, to to to to”. Avete una pressiome addosso che nemmeno quando cercate invano di aprire il sacchetto di plastica in coda al supermercato! La pastina è fintamente pronta e potete dedicarvi con cura ad uno dei momenti più dolci della giornata. Tra manate al cucchiaino, sputacchiamenti e anche voi che ci mettete del vostro rovesciando sapientemente interi cucchiai per terra, quello che finisce nello stomaco di vostro figlio é circa il 20% di quel che avevate preparato. Il resto è sul pavimento, sul seggiolone, su di lui. Stelline ovunque. Improvvisamente la vostra cucina è diventata un osservatorio.

E voi lo sapete, ve lo sentite che quelle odiose, appiccicose, minuscole stelline hanno preso possesso anche di noi. Ve le sentite su naso, mani, piedi. Vi alzate e scoprite di averne anche una costellazione ben appiccicata al fondoschiena.

Finalmente arriva il momento nanna, sicuramente nella vostra testa, ma non nella sua che, prima di addormentarsi si esibisce in tutte le competenze acquisite:gattona sul letto, si alza tenendosi alla spalliera, si butta giù di schiena, ripete “to to” all’infinito, butta i ciucci per terra, tenta di buttarsi per terra.. Insomma, cose così. Crolla e voi avete l’opportunità di pensare a quale tra le mille cose da fare vorreste fare per prima. Ma lui si sveglierà prima che il vostro cervello stanco abbia preso una cavolo di decisione.

E via di nuovo con rincorse, pannolini, contorsioni, canzoncine.

La sera stramazzate sul letto vestite, non appena lui si addormenta, anche se fino a poco prima avevate accettato con entusiasmo la possibilità posta dal vostro compagno di inizare una nuova serie. Non c’è serie che tenga, avete sonno, molto sonno!

Però, anche se siete sfinite, siete ripene d’amore, di vita, di felicità.

E poi, diciamocelo, quando più vi capiterà l’occasione di poter dire senza paura di avere un sedere davvero stellare!! No?!

Rose viaggia in poltrona. Quando l’iceberg russa pesante.

Vi do un consiglio:se avete superato i 18 e state pensando di fare un viaggio in nave con solo il posto a sedere.. Non fatelo!

Qualche estate fa, dopo una meravigliosa settimana all’isola d’Elba, convinsi Michele a spingerci con la nostra macchinina fino in Sicilia, dove lui non tornava da un po’! La macchina devo dire che ha miracolosamente resistito.. Ed anche noi! Dopo qualche giorno passato sotto il cocente sole siculo, era arrivata l’ora di rientrare.. E perché non arrivare a Genova comodamente in nave? Brillantissima idea! Ovviamente con la poltrona, tanto siamo giovani e ci godiamo il viaggio!

Ora né io né tantomeno lui, ancorché siciliano, avevamo mai viaggiato così ed eravamo quindi totalmente impreparati ed ignari di quello che ci avrebbe aspettato! Vi dico solo che non avevo pensato al fatto che la valigia rimanesse in macchina e così mi ritrovai a preparare la borsa da portare sulla nave mentre eravamo in coda per l’imbarco! Io ero ancora in vacanza:abbronzata, occhialoni da sole, tutina corta e super minimal.. E quel sorriso rilassato stampato in faccia.. Ridi ridi! Scesi dalla macchina ridacchiando.. Aprii il portabagagli e le valige ed infilai nello zaino un asciugamano da mare, credo le salviette, un costume (volevo farmi il bagno in piscina io.. Ahahah), le cassatelle comprate a Palermo e un libro.. Basta!

Michele rimase in macchina ed io iniziai a salire sulla nave.. Vedevo che tutti avevano borsoni molto piu grossi.. Alcuni dei materassini.. Iniziarono a venirmi dei dubbi..

Raggiunsi la nostra saletta.. Eh beh di poltrone ce n’erano.. Peró sembrava confortevole, c’era la tv e profumo di pulito. Trovai i nostri posti e mi misi lì ad aspettare Michele. Ancora c’era poca gente.

Non appena Michele mi raggiunse infilammo il nostro miserrimo bagaglio nello stipetto ed andammo a vivere.. “prendiamoci un aperitivo, anzi due.. C’è anche la musica.. Senti!”. Non so cosa fosse.. Forse avevamo realizzato che di lì a breve saremmo tornati alla grigia vita da lavoratori ed avevamo quindi intenzione di sfruttare ogni ultimo istante di ferie o forse, semplicemente, non avevamo ancora ben capito che non eravamo in crociera. Fatto sta che un paio di ore dopo tornammo, mezzi alticci, alle nostre lussuosissime poltrone.. E lì, nonostante i due aperitivi, iniziai a capire.. Già nei corridoi si iniziavano a vedere dei veri e propri accampamenti.. Gente che si era organizzata come per andare in campeggio:materassini, sacchi a pelo, brandine.. Sono sicura che qualcuno avesse anche lasagne e thermos con il caffè! “Michele ma come mai tutta sta gente è qua? Sono senza poltrona? E poi scusa le poltrone non sono reclinabili?” “che ne so Manu. Preferiranno dormire così!” “dove passano tutti.. Bah”.

La mia anima da vacanziera evidentemente aveva bisogno di prendere una vera facciata per rendersi realmente conto della situazione e smetterla di credersi Rose sul Titanic. La facciata arrivò aprendo la porta della nostra saletta: il profumo di pulito era stato sostituito da un fetore di piedi marci indescrivibile, la gente era sdraiata ovunque: per terra, in orizzontale sulle poltrone, sopra ad altri. L’effetto allegria dei due spritz svanì in un instante.

Mi avvicinai alle nostre poltrone, occupate da una signora, il marito, i sacchi a pelo, i cuscini, la puzza di piedi. Le bussai sulla spalla”Signora, mi scusi ma questi posti sono nostri” “Come vostri? Erano liberi” “Perché eravamo giù Signora, ma i posti sono numerati ed ognuno di noi ne ha uno, non tre!” “Eh ma adesso io come dormo? Ma guarda te..”. Come spesso accade in Italia le regole consuetudinarie, dettate del caos, dal “chi arriva prima” sembrano prevalere su quelle scritte e conosciute. Ma riebbi la mia poltrona. Che non si reclinava proprio per niente. La cosa bella era che io ero praticamente nuda e li faceva un freddo cane, il mega schermo era ancora acceso e trasmetteva un programma angosciante .. E poi, ci accorgemmo di una cosa.. Una simpaticissima signora sdraiata dietro di noi russava, fortissimo e senza sosta. “Mamma mia sta qua.” “prima o poi smetterà, mica farà cosi tutta la notte, é impossibile!”. Piccola, ingenua Rose. La Signora era una sega a motore, non smetteva un attimo, nemmeno se la chiamavo come si chiama un gatto (dicono funzioni). Feci “inavvertitamente” cadere libri, diedi colpi di tosse fortissimi. Niente. Ad un certo punto mi girai di scatto, come una furia, ero in ginocchio sulla mia poltrona. Volevo svegliarla! Non puoi dormire in poltrona se russi in quella maniera. La odiavo. Per fortuna Michele mi acchiappó. “andiamo fuori”. Dormimmo un po’ all’aperto, ma per fortuna mi svegliai e lo riportai dentro. Va bene Rose, ma mo non esageriamo, mica dobbiamo morire congelati.

Riuscimmo ad addormentarci solo all’alba, quando la signora, dopo otto ore filate di sonno, si svegliò e raggiunse il marito qialche fila piu indietro (mica scemo!).

Al mattino ci trascinammo nella sala cinema per trovare un po’ di pace :ormai quella sala odorava di morte e via via che proseguivamo sembrava che i passeggeri venissero sostituiti da altri, sempre più brutti. Davano un film leggero, giusto per il risveglio : Dunkirk.. Dormii le uniche due ore durante quel viaggio.

Quando finalmente arrivammo a destinazione, scese dalla nave una copia di me stessa: tutina colorata, stessi occhiolioni ma nessun sorriso da vacanziera. Quella giornata in nave mi aveva bruscamente riportata alla realtà. Rose aveva incontrato l’iceberg e decise che il Titanic non faceva proprio per lei. In fin dei conti i biondi non le sono mai piaciuti!

Tornermo a Favignana. Nel blu.

Estate. Sicilia. Isola di Favignana. Fa molto caldo, io e la mia amica pedaliamo felici con i nostri calzoncini bagnati dal costume non ancora asciugato. Vogliamo vedere l’ultima caletta prima di riprendere il traghetto. L’aria calda ci accarezza il viso, il sole è accecante, la strada bianca lo riflette e lo amplifica. In sottofondo solo un cicalio estivo. Improvvisamente siamo diventate due cicliste, nonostante non siamo delle grandi sportive, ma lì viene tutto naturale perché la bicicletta ci serve per scoprire qualche altro posto meraviglioso. Arriviamo. Mettiamo il cavalletto e scendiamo giù per una scalinata naturale, ripida, affollata. In lontananza si sente lo splash di qualcuno che si è tuffato dall’alto nell’acqua blu. Ci si mozza il fiato, quel posto é un paradiso! Ci mettiamo subito in costume e scendiamo in acqua (senza tuffarci, ora non esageriamo). Diamo una, due, tre, dieci bracciate, facciamo il morto e ammiriamo dal largo quella meraviglia. La mia amica mi guarda e mi dice “Manu, ricordiamoci bene questo momento. Facciamo scorta per quando ne avremo bisogno, quando saremo in affanno. Dovremo pensare a come ci stiamo sentendo ora.”.

Questa frase mi è sempre tornata in mente, in tante occasioni: dopo una giornata stancante sul lavoro, durante un brutto litigio, in una giornata piovosa, grigia e triste. Chiudevo gli occhi e immaginavo quel blu, quella calda serenità, quel sole di fine luglio, quella felicità, quella libertà.

Anche adesso, dal mio divano, in un momento così complicato, strano, destabilizzante chiudo gli occhi e sono là. E penso che quando tutto questo sarà finito non saremo più così infastiditi dall’ essere tutti appiccicati l’uno all’altro in spiaggia, dal fare la fila per comprare le focaccette alla festa dell’unità, dal doverci fare spazio in un locale, dal dover camminare a passo d’uomo perché tutti hanno avuto la nostra stessa idea, forse nemmeno dal dover prendere un autobus strapieno (forse, di questo non sono cosi sicura! ). Ci abbracceremo ancora di più e anche chi di solito non lo faceva. Metteremo da parte il cellulare per goderci appieno il tempo insieme ai nostri cari, ai nostri amici e faremo scorta di tantissimi altri bei momenti da tirare fuori all’occorrenza. Faremo altri tuffi nel blu, altre pedalate felici, altre scoperte sorprendenti. Farà di nuovo caldo e sì, andremo di nuovo a fare il morto a Favignana!

Andrà tutto bene!

Ho partorito con un messicano.

“Si pregano i papà di indossare indumenti adeguati in sala parto:no canottiere, bermuda ed infradito. Grazie”. Questo cartello appeso all’interno del reparto maternità mi fece sorridere la prima volta che lo vidi.

Ero stata ricoverata un paio di giorni per accertamenti, ero all’ottavo mese e lo commentai con il mio compagno. “Per scriverlo vuol dire proprio che la gente si presenta in costume e con l’asciugamano del mare ancora sulla spalle!.. Vuole una fetta di cocco, dottore? È bello fresco!”. Ci facemmo grasse risate… Quello che non sapevo era che il giorno del mio parto il mio compagno avrebbe avuto un black out totale. Sapete quando avete un’occasione diversa da solito a cui andare e pensate e ripensate all’outfit adatto (che in realtà non esiste) e poi vi ritrovate ad essere vestite come al carnevale di Rio in mezzo a gente vestita tutta di nero e beige..? Ecco, deve essere successo un qualcosa di simile quel pomeriggio alla mia dolce metà!

12 Giugno. Dopo un controllo post scadenza mi ricoverano per iniziare l’induzione, ormai c’era poco liquido ed era ora di partorire! Dal momento che mi mancavano alcune cose mandai il futuro papà a casa a prenderle. Uscì dalla mia stanza in giacca e cravatta e vi rientrò un’oretta dopo in tenuta da aperitivo di fine estate sulla spiaggia. Una trasformazione che a confronto Arturo Brachetti é un dilettante :Espadrillas, maglietta con disegnate tante piccolissime palme e…. BERMUDA! Scoppiai a ridere (ancora le contrazioni vere dovevano arrivare).. “Ma come cavolo ti sei vestito??” “perché?” mi rispose “devo essere comodo”. “guarda che non è che lo devi prendere al volo eh! Basta che mi stai vicino e parli il meno possibile!”. La cosa bella è che si era anche fatto la barba, lasciando solo i baffi.. Stavo per partorire con uno a fianco che non riconoscevo più, stavo per partorire con un messicano!

Qualche ora dopo ci trovavammo in una stanza con una vasca piena d’acqua, io dentro moribonda, in sottofondo una musica New age e lui che continuava a ripetermi “ma sei sicura che ti piaccia sta musica?” “si si, mi fa piacere” sbiascicavo.. Ad ogni contrazione ripeteva “Manu non devi fare così, respira, respira bene”.. “mhh” rantolavo”Manu respira” “mhhhhh” “Manu devi respirare, così è peggio” “basta, devi stare zitto, zitto, stai zitto!”. Silenzio. Ad un certo punto capii che non ce la facevo più, stava cambiando qualcosa e dovevo uscire di lì. “Tirami fuori”. “Na parola!” avrà pensato.. Ero praticamente una balena spiaggiata immersa nell’acqua. Mentre mi appendevo a lui si impalló pure il CD con la musica da Buddah Bar.. Che musica di merda, pensai. Pregai le ostetriche di farmi sta cavolo di epidurale e dopo un po’ di insistenza mi portarono in sala parto. E anche lì, vuoi non esordire da vera star?? Mentre entravo mi venne una contrazione fortissima, e mi appoggiai al volo sul lettino.. Peccato che non avessero messo il freno alle ruote e volai per qualche metro aggrappata al letto! Nel frattempo arrivò anche il mio compagno con una divisa da infermiere.. (l’hanno fatto coprire per via delle bermuda… Davvero eh!). Mi visitarono e mi dissero “eh no Emanuela, niente epidurale, c’è la testa!”. “la testa di chi? Come la testa!!!?” mi aggrappai all’anestesista “la prego mi dia qualcosa”.. Anche una canna andava bene, giusto per restare in tema con la musica.. Niente, mai na gioia.. Dovevo davvero partorire! Era giunta l’ora! Dopo una ventina di minuti quest’affarino che ora mi dorme accanto era lì, in mezzo a noi e da lì in poi è iniziata una nuova vita!

Ci fecero tornare in camera, tutti e tre insieme! Il neo papà dopo un po’ mi disse “Manu, vado a casa a dormire un pochino, devo staccare un attimo la testa!”. E chi ce l’aveva il coraggio di dire a quel ragazzo che sembrava uscito da un chiringuito che avevamo appena cominciato?

Tante volte mi dice “non sono servito a niente quel giorno, mi hai anche zittito”. E invece non so come avrei fatto senza di lui, saperlo lì accanto mi dava forza e serenità. Si, stavo partorendo io, ma lui era lì che mi vedeva soffrire e manteneva la calma. Faceva zelantemente quello che gli avevano detto le ostetriche ripetendomi allo SFINIMENTO di respirare! La sua maglietta con le palme é stata il mio sostegno preferito e infatti ora è tutta slabbrata.. Quindi si che sei servito, siamo stati davvero una bella squadra quella notte di Giugno. E per sempre lo saremo, muchacito! Andale Andale!!

Da un Cosmopolitan può nascere un amore. Ossia di come l’ho tacchinato. Io.

Oggi è San Valentino.. si parla d’amore.. Quando vedo due innamorati una delle prime cose che mi viene da chiedere é :”come vi siete conosciuti?”. Ci sono sempre storie meravigliose dietro ad un incontro fortunato, l’amore trova modi fantastici per manifestarsi.. E così, oggi, voglio parlare del mio!

Sarebbe bellissimo raccontare che ho conosciuto il papà di mio figlio dopo un suo estenuante e serrato corteggiamento, fatto di fiori, poesie lettere d’amore… Ma non è andata proprio così! E menomale aggiungerei.. Ebbene si, lo ammetto l’ho corteggiato io! L’ho puntato io e l’ho scelto per prima io.

La prima volta che l’ho visto eravamo ad un corso, ricordo che tra i tanti volti ho notato subito il suo. Rideva tanto con una ragazza seduta vicino a lui di quelle risate belle, sincere, piene! Deve essere un tipo simpatico, ho pensato. Era anche molto bello.. Diciamo che se avessi dovuto descrivere un uomo bello secondo il mio gusto, probabilmente ne sarebbe uscito fuori uno molto simile a lui. Era vestito pure molto bene… Insomma, non ho avuto scampo. Per la prima volta in vita mia ho sentito un’attrazione fortissima, ho sentito che dovevo conoscerlo perché già sapevo che mi sarebbe piaciuto. Il corso è durato una settimana ed io non sono riuscita a parlargli manco mezza volta.. Era sempre in compagnia e non sapevo se era una compagnia speciale.. Gli ho lanciato occhiate, sorrisi, saluti, ma è finita lì!

Una volta tornata a casa, nei giorni successivi, mi sono trovata a pensare spesso a lui e mi sono data della scema per non avergli parlato. Non sapevo nemmeno il nome! Un giorno però ho avuto l’illuminazione.. Avevo una mail. Con la lista di tutti i partecipanti… Avevo capito che era siciliano e così iniziai a cercare su facebook tutti i nomi della lista che avevano un sapore isolano… E.. Lo trovai!! Passarono altri giorni pieni di indecisione sul da farsi… Pieni di messaggi infiniti a quelle sante delle mie amiche… fatto sta che con una scusa (palesemente scusa) gli scrissi e lui mi rispose che si ricordava di me, come ero vestita, dove ero seduta.. E non mi ha abbordata. Ma guarda te questo, ho pensato!

Dopo qualche settimana ci siamo incontrati per la prima volta.. Lui era lì che mi aspettava appoggiato al muretto:i jeans neri stretti, la maglietta grigia, la giacca di pelle nera e gli occhiali da sole tondi.. Era in borghese e stava pure meglio! La mia salivazione era azzerata, il battito del cuore completamente impazzito, camminavo ad un palmo da terra.. Ci siamo seduti ad un tavolino, io, lui in Cosmopolitan ed un Negroni. Ero terrorizzata dal fatto che, una volta che avessimo parlato, non ci saremmo piaciuti..E invece accadde esattamente il contrario.. Già dalle prime parole capimmo che ci eravamo infilati in un bel casino.. Era tutto strano, forte, inusuale.. E quasi impossibile! Oh, ci avevo visto giusto.. Incredibile dove possa portarci l’istinto.. Aveva un profumo buonissimo e rideva, sempre con quella risata bella.. Forse un po’ più nervosa.. Io ero partita, ma cercavo di darmi un tono, come si fa in quelle circostanze, e mi ricordo che continuavo a ripetermi nella testa “ma a me sembra di conoscerlo già, non è possibile”. Diceva le cose giuste, al momento giusto, non ne sbagliava una.. Paura eh in una situazione così? Io ne ho avuta.. Era tutto troppo bello.. Ci siamo frequentati per qualche settimana, circa un mese, ed è stato credo uno dei periodi più belli della mia vita. Però si, era troppo bello.. Diciamo che in quel momento non c’erano le condizioni per potersi vivere bene tutta quella esplosione e così l’abbiamo troncata, forzandoci un po’ e cercando di non sentirci, vederci parlarci… È stata dura, devo ammetterlo, ma ad un certo punto ho smesso di sperare, la mia vita è andata avanti, anche se lo pensavo sempre!

Poi un giorno di ottobre si è rifatto vivo…. Ovviamente ero sul chi va là perché la rottura era, diciamo, più per volere suo che mio. Mi stavo frequentando da pochissimo con un’altra persona ma ho deciso di vederlo lo stesso. Quando ho capito che le sue intenzioni erano serie e che anche lui aveva sofferto a starmi lontano, ho mollato tutto. Nella mia testa mi sono detta “stavolta devi rischiare, ne vale la pena.. Al massimo ti rialzerai, non avere paura e sii felice!”.

Beh ho avuto ragione anche questa volta.. Abbiamo iniziato praticamente subito a convivere ed è stato tutto così naturale e bello.. Certo, con qualche alto e basso dovuto soprattutto all’adattarsi, al conoscersi davvero.. Però io lo sentivo che questa volta era qualcosa di diverso, di potente.. Sembrava quasi che il destino ci avesse fatto incontrare.

Ringrazio quindi me, la mia cocciutaggine, la mia sfacciataggine ed il mio istinto. Ringrazio la ragione che si è fatta da parte, ringrazio Lui, che si è buttato come me in un vortice che poteva essere pericoloso. Grazie, perché oggi quel ragazzo vestito bene, profumato, moro e con gli occhi più belli che io abbia mai visto è diventato il papà del mio meraviglioso bambino. Da quell’aperitivo emozionato siamo riusciti a costruirci una famiglia. Ed io non sono mai stata così felice!